
Il contributo italiano
La lunga premessa dei due paragrafi precedenti è necessaria sia per poter presentare sinteticamente i contributi degli economisti italiani, sia soprattutto per valutarne l’importanza nel contesto internazionale. Anche in Italia, infatti, ritroviamo la varietà di filoni che caratterizza la ricerca economica a livello internazionale: per ognuno dei temi sopra ricordati sarebbe possibile richiamare qualche significativo contributo italiano. Tuttavia, per motivi di vario tipo, i contributi più interessanti degli economisti italiani presentano una distribuzione tra i diversi campi e tra i diversi orientamenti di ricerca difforme da quella riscontrabile nei paesi anglosassoni, mostrando in particolare una maggiore attenzione per le linee di ricerca «eterodosse». D’altra parte, una situazione analoga è riscontrabile in altri paesi con una ricerca economica di elevato livello, dalla Francia alla Polonia, dall’India al Giappone *. L’Italia è stata all’avanguardia della ricerca economica per lungo tempo, nel Medio Evo e fino all’inizio del Seicento (con autori come Bernardo Davanzati e Antonio Serra, per ricordare solo due nomi), ma ha fornito importanti contributi anche nel periodo dello sviluppo della scuola classica (con autori quali Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi, Gianmaria Ortes, Cesare Beccaria, Pietro Verri, Carlo Cattaneo, fino a Francesco Ferrara) come nella fase iniziale di sviluppo dell’impostazione marginalista-neoclassica (Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Enrico Barone) e in campi di ricerca come la scienza delle finanze (Antonio De Viti De Marco, seguito da tanti autori noti anche in campo internazionale, come Mauro Fasiani, Benvenuto Griziotti, Luigi Einaudi, fino alla generazione attiva nei decenni più recenti: Cesare Cosciani, Sergio Steve, Francesco Forte).
Dopo la prima guerra mondiale, la fase dell’autarchia fascista impose agli studi economici la cappa di forza dell’impostazione corporativa; inoltre, vennero colpiti direttamente alcuni intellettuali che avrebbero potuto fornire contributi di valore. A parte il caso di Piero Sraffa, che si trasferì in Inghilterra, ricordiamo i lunghi anni di carcere di Antonio Pesenti e di Ernesto Rossi e l’assassinio di Carlo Rosselli, tutti impegnati nel campo degli studi economici. Si aggiunge, all’epoca delle leggi razziali, l’emigrazione di tanti economisti in attività come di tanti giovani promettenti, da Umberto Ricci (e Gino Arias, forse il migliore degli economisti corporativi) a Franco Modigliani, e la scomparsa ad Auschwitz di uno dei migliori allievi di Einaudi, Renzo Fubini. Lo stesso Einaudi aveva pensato di trasferirsi all’estero, ma Croce lo convinse a prestare il giuramento di fedeltà al regime fascista, e così poté continuare l’attività di ricerca e insegnamento **, come altri (Attilio Cabiati, Marco Fanno, Gustavo Del Vecchio, Pasquale Jannaccone, Luigi Amoroso, Costantino Bresciani Turroni) che pure forniscono contributi originali su vari argomenti, dalla scienza delle finanze alla teoria del ciclo o alla teoria monetaria. Tuttavia le eccezioni sono relativamente poche, mentre nel complesso la cultura economica italiana appare relativamente emarginata rispetto al dibattito culturale internazionale che si svolge prevalentemente in lingua tedesca e in inglese ***. Così, quando l’Italia esce dalla seconda guerra mondiale è un paese culturalmente, e non solo economicamente, impoverito. La ricostruzione, tuttavia, procede rapidamente nel campo della cultura come in quello dell’attività economica. In campo accademico prevale la scelta di limitare a pochissimi casi l’epurazione della vecchia classe dirigente coinvolta nella dittatura fascista.
La scelta di per sé condivisibile per motivi di principio – la distinzione tra responsabilità giuridiche e quelle politiche e culturali – ha in campo universitario l’effetto di lasciare in posizione di predominio, quanto meno numerico, una vecchia guardia di docenti di «economia corporativa». Il risultato è che l’agenda di ricerca in vigore nell’era fascista, tramite il meccanismo di cooptazione dei concorsi universitari, si prolunga nel tempo. Meno condizionate sono state le due università private di Milano, la Cattolica e la Bocconi, con personalità di rilievo come Francesco Vito e Giovanni Demaria, accanto ai quali occorre ricordare Felice Vinci alla Statale ****. Dagli atenei milanesi escono fra gli altri Siro Lombardini, Tullio Bagiotti, Luigi Pasinetti, Beniamino Andreatta, Alberto Quadrio Sono fondamentali per la rivitalizzazione della cultura economica italiana anche le borse di studio per l’estero, di cui usufruiscono già negli anni Quaranta i giovani promettenti come Siro Lombardini (che va alla Cowles Commission) e Paolo Sylos Labini (che può studiare a Harvard con Schumpeter), e negli anni successivi moltissimi economisti delle nuove generazioni. Negli anni Cinquanta il centro principale di attrazione è costituito dalla Cambridge inglese, grazie anche all’appoggio che Piero Sraffa dà ai connazionali, mentre gradualmente crescono di importanza anche Oxford (dove John Hicks costituisce un importante punto di riferimento) e soprattutto gli Stati Uniti, che divengono il polo di attrazione dominante negli ultimi due decenni, con l’inserimento negli ultimi anni di nuovi centri come Lovanio in Belgio e Barcellona in Spagna.
Nella ricostruzione della cultura economica italiana, quindi, l’influenza keynesiana, post-keynesiana e sraffiana della Cambridge inglese e la «sintesi neoclassica» di John Hicks a Oxford e di Franco Modigliani negli Stati Uniti (riferimento importante, specie dopo il suo trasferimento al MIT nel 1962) hanno un peso maggiore – almeno fino alla metà degli anni Settanta – del neo-monetarismo di Milton Friedman a Chicago o degli sviluppi dell’equilibrio generale in centri come la Cowles Commission e Stanford.
Un caso particolare è quello di Piero Sraffa. Specie negli anni Sessanta e Settanta, la sua proposta di ripresa dell’impostazione degli economisti classici esercita una forte attrattiva sugli economisti italiani della nuova generazione. La diffusione delle sue idee è favorita dalla cultura marxista diffusa nella sinistra italiana, che dedica per lunghi anni molti sforzi al tentativo di incorporare nella teoria marxiana del valore-lavoro, modificandola opportunamente, i nuovi risultati analitici del suo libro del 1960. Occorre sottolineare, tuttavia, che il problema principale della cosiddetta scuola anglo-italiana è in realtà quello di costruire una sintesi tra le teorie di Keynes e quelle di Sraffa, e che vari tra i principali esponenti della cosiddetta «scuola neoricardiana» (di fatto, un insieme di scuole diverse con significativa eterogeneità tra l’una e l’altra: cfr. Roncaglia 1990) non possono essere considerati marxisti se non in un clima di «caccia alle streghe» maccartista. Una sintesi tra i contributi di Keynes e di Sraffa è ad esempio l’obiettivo esplicito di un importante esperimento innovativo quale la Scuola di studi economici avanzati di Trieste, attiva con ampia risonanza internazionale nelle estati tra il 1979 e il 1990 per iniziativa di Sergio Parrinello con la collaborazione di Pierangelo Garegnani e Jan Kregel, con docenti quali Paul Davidson, Hyman Minsky, Josef Steindl, Sidney Weintraub e, tra gli italiani, Giacomo Becattini, Augusto Graziani, Luigi Pasinetti, Alessandro Roncaglia e Paolo Sylos Labini.
Le maggiori università italiane gradualmente assumono il ruolo di centri autonomi di formazione economica: Federico Caffè a Economia e commercio (e, a partire dalla metà degli anni Sessanta, Paolo Sylos Labini a Statistica) a Roma, Augusto Graziani a Napoli, Alberto Bertolino e poi Giacomo Becattini a Firenze, Giorgio Fuà ad Ancona, Franco Momigliano a Torino, Giovanni Demaria, Fernando Di Fenizio *****, Felice Vinci e Siro Lombardini nelle università milanesi, solo per ricordare qualche nome, si affiancano agli esponenti della «vecchia guardia» come Giuseppe Ugo Papi a Giurisprudenza e Giuseppe Di Nardi a Scienze politiche a Roma, oltre che a «battitori liberi» come Claudio Napoleoni, avviando alla ricerca le nuove generazioni di economisti. L’influenza dei maestri italiani, già rappresentativi di una ricchezza di punti di vista, e quella degli studi all’estero, pure molto variegata, producono effetti eterogenei nella formazione dei giovani economisti italiani: di qui un panorama estremamente ricco e complesso, di cui è impossibile dare pienamente conto in questa sede. Alcuni aspetti possono essere comunque richiamati. In primo luogo, per ognuno dei maestri sopra ricordati, non abbiamo vere e proprie scuole caratterizzate da unità di concezione e di linea di ricerca (ad esempio, pur se Sylos Labini lascia una forte impronta sui suoi allievi, tra essi troviamo posizioni che vanno dal maoismo più intransigente al monetarismo di Chicago). Gruppi di questo tipo si formano in misura relativamente limitata e solo in un periodo successivo, come la «scuola» di Pierangelo Garegnani a partire dagli anni Settanta, la cui identificazione con la «scuola sraffiana» tout court è comunque restrittiva ed è stata utilizzata soprattutto come artificio critico da parte della reazione antisraffiana degli anni Ottanta. In secondo luogo, la selezione accademica esercitata tramite concorsi nazionali ha rispettato questa varietà di posizioni, pur con qualche differenza nelle barriere all’entrata nella carriera accademica per i diversi gruppi, e nonostante i meccanismi concorsuali si siano spesso prestati, in assenza di una etica professionale sufficientemente diffusa, a esiti decisamente sub-ottimali. La situazione di pesante disparità iniziale, contrassegnata dal predominio della «vecchia guardia», è andata comunque migliorando gradualmente a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta. Questo ha significato, per un periodo relativamente lungo, un’abitudine al confronto sulle grandi questioni di fondo maggiore di quanto sia avvenuto nei paesi anglosassoni, in Germania o in Austria (mentre in Francia, in Giappone e in India la situazione è stata più simile a quella italiana). Inoltre, nel contesto di questo confronto la storia del pensiero economico ha avuto, almeno a tratti, un ruolo importante, caratterizzandosi non come disciplina sussidiaria ma come strumento attivo di analisi delle fondamenta delle diverse impostazioni teoriche in concorrenza.
Tuttavia, come vedremo meglio nel paragrafo conclusivo, questa compresenza «competitiva» di una varietà di posizioni tende ad essere messa in discussione, nel periodo più recente, dal richiamo a «un solo modo giusto di fare economia» ******, identificato con quello praticato nelle grandi università americane e sulle maggiori riviste statunitensi, e dal tentativo di imporre questa posizione (favorita in vari casi dallo stretto collegamento con il liberismo massimalista diffuso nella culturastatunitense) nei processi di valutazione delle carriere e della concessione dei finanziamenti alla ricerca. Senza tentare una rassegna, limitiamoci qui a richiamare per brevi cenni alcuni fra i principali contributi degli economisti italiani al dibattito internazionale. Iniziamo con i contributi dei due grandi emigrati: Piero Sraffa e Franco Modigliani. Entrambi sono attivamente presenti nel dibattito culturale italiano e, su linee diverse, contribuiscono direttamente a formare le nuove che concepisce i cosiddetti fattori di produzione – capitale, terra, lavoro – come merci il cui prezzo – tasso di profitto, rendita, salario – è determinato dall’equilibrarsi tra domanda e offerta. Modigliani porta a compimento la «sintesi neoclassica» avviata da Hicks, incorporando alcuni aspetti caratteristici della teoria keynesiana (ma non l’incertezza, né compiutamente il principio della domanda effettiva e la domanda speculativa di moneta che su di essa si basano) in un semplice modello di equilibrio economico generale a quattro settori (merci, moneta, titoli e lavoro). In tale modello i risultati «keynesiani» di non piena occupazione derivano dalla presenza di rigidità come la «trappola della liquidità» per il tasso d’interesse o un mercato del lavoro non concorrenziale con salari bloccati verso il basso, aprendo la porta al ricorso a politiche «keynesiane», come una contro-misura temporanea alle rigidità del mercato. È un’interpretazione che la tradizione neoclassica poteva accettare. Modigliani, che sottolineò sempre il ruolo di stabilizzazione della politica monetaria, in contrapposizione ai rischi di quella fiscale, fornisce contributi così rilevanti da ottenere il riconoscimento del Premio Nobel per l’economia nel 1985, nei campi della teoria finanziaria (il cosiddetto «teorema Modigliani-Miller») e della teoria del risparmio (basata su ipotesi di comportamento che fanno perno sul ciclo vitale). Attorno alla figura di Modigliani e al MIT fioriscono molti giovani economisti, che oggi ricoprono ruoli di rilievo non solo in accademia, ma anche nella cosa pubblica: Mario Draghi, Antonio Fazio, Francesco Giavazzi, Beniamino Moro, Paolo Savona, per menzionarne solo alcuni, sono stati in tempi diversi suoi allievi. Come si è già accennato, Sraffa esercita una grande influenza sul dibattito economico italiano, specie negli anni Settanta, lungo varie linee di ricerca, molte delle quali ancora attive. Claudio Napoleoni, Pierangelo Garegnani, Luigi Pasinetti e numerosi loro allievi sviluppano i temi del rapporto con la teoria marxiana del valore, della critica alla teoria neoclassica del valore e della distribuzione, della sintesi con la teoria keynesiana della domanda effettiva (oltre che con quella delle tavole intersettoriali di Wassily Leontief e della crescita di John von Neumann) in una teoria multisettoriale della crescita.
Nella fase più recente, l’analisi dei contributi di Sraffa condotta sulle sue carte inedite ha attirato l’attenzione di molti economisti della generazione successiva: Neri Salvadori, Giancarlo De Vivo, Annalisa Rosselli, Cristina Marcuzzo e molti altri. Più che l’influenza di Sraffa, è quella di Keynes e di altri economisti di Cambridge (soprattutto Kaldor, Joan Robinson e Pasinetti) che si riflette in un ampio gruppo di contributi su accumulazione del capitale, distribuzione del reddito e della ricchezza: Carlo Casarosa, Carlo Panico, Neri Salvadori e tanti altri, soprattutto Mauro Baranzini *******. Il terzo grande economista italiano della seconda metà del Novecento è Paolo Sylos Labini, autore fra l’altro di una teoria dell’oligopolio basata sulle barriere all’entrata, che è in realtà una teoria generale delle forme di mercato (di cui concorrenza e monopolio sono i casi limite, quando le barriere all’entrata sono nulle o insormontabili) in cui viene sviluppata la concezione smithiana della concorrenza come competition of capitals, cioè libertà di movimento dei capitali tra i vari settori. Questa teoria ha avuto grande risonanza internazionale, ma nella più restrittiva versione di «sintesi neoclassica» proposta da Modigliani (1958), quindi in un ambito di analisi statica dell’equilibrio piuttosto che nel contesto originariamente proposto da Sylos Labini (1956) di un’economia in crescita, in cui le forme di mercato interagiscono con il cambiamento tecnologico, la crescita, la distribuzione del reddito e l’occupazione.
Possiamo individuare qui, fra l’altro, oltre che negli insegnamenti di Franco Momigliano, le radici di una linea di analisi del cambiamento tecnologico su cui lavorano a partire dagli anni Ottanta vari economisti italiani, come Giovanni Dosi. Un’altra importante – e variegata – linea di ricerca è quella diretta a interpretare e sviluppare le idee keynesiane. La lista dei nomi è, anche in questo caso, molto ampia. Nella generazione della ricostruzione postbellica, tra gli economisti che «importano» Keynes in Italia vanno ricordati almeno Ferdinando Di Fenizio, Federico Caffè e Giorgio Fuà (ma è importante anche il ruolo di Sraffa, consulente della casa editrice Einaudi, che pubblica le opere di Nicholas Kaldor, Richard Kahn, Michal Kalecki e vari altri). Tra i lavori che partono da un’interpretazione filologica del pensiero di Keynes, quindi a cavallo tra la storia del pensiero e l’analisi economica, ricordiamo i distinti – ma non incompatibili – punti di vista di Fausto Vicarelli e di Mario Tonveronachi (ben sintetizzati dai titoli dei rispettivi libri, Keynes. L’instabilità del capitalismo e J.M. Keynes. Dall’instabilità ciclica all’equilibrio di sottoccupazione).
Tra quanti elaborano in modo originale l’analisi di Keynes ricordiamo la teoria del circuito monetario sviluppata da Augusto Graziani (e ripresa da vari economisti, soprattutto in Italia e in Francia), che integra le idee sviluppate da Keynes nel Treatise on money (1930) con le teorie di Knut Wicksell. Analisi di teoria della politica economica che mediano tra la tradizione italiana (in particolare Caffè), le idee di Keynes e il filone «nuovo keynesiano» di Joseph Stiglitz vengono proposte da Nicola Acocella e altri. Più vicini alla sintesi neoclassica di Modigliani sono vari altri studiosi come Francesco Giavazzi, Tullio Jappelli e Marco Pagano.
L’influenza della tradizione marginalista (soprattutto, nell’epoca più recente, nella versione del mainstream statunitense) diviene più forte con il passare del tempo. Un punto di riferimento in questo senso è la Bocconi: dietro Mario Monti, Aldo Montesano e colleghi, una nutrita schiera di economisti più giovani completano gli studi nelle università statunitensi e spesso vi rimangono anche dopo averli completati (spesso costretti dalla carenza di nuovi posti nelle università italiane). In certi casi essi acquisiscono posizioni di rilievo e di responsabilità in università rinomate: il caso di Alberto Alesina, attualmente direttore del Dipartimento di Economia a Harvard, è solo il più noto ********. Essi costituiscono spesso il canale attraverso cui i contributi neoclassici di frontiera (teoria dell’equilibrio economico generale, nelle sue varie ramificazioni, dalla teoria dei giochi a quella delle decisioni, al ricorso alle ipotesi delle aspettative razionali) trovano spazio nel dibattito economico in Italia. La tendenza al legame con università e studiosi esteri è diffusa in molti centri universitari, inclusa Roma. Ricordiamo ad esempio i contributi di Pietro Reichlin ai modelli a generazioni sovrapposte, originariamente proposti da Maurice Allais e poi, indipendentemente, da Paul Samuelson e utilizzati nell’analisi di problemi di equilibrio intertemporale; nelle analisi di questioni concrete, tuttavia, per giungere a conclusioni definite tali modelli sono regolarmente limitati a un solo agente rappresentativo (prima giovane e poi anziano) e ad un solo bene, disponibile nel primo o nel secondo periodo, per cui risulta alquanto improprio il richiamo all’equilibrio generale.
Ricordiamo infine alcune linee di ricerca a cavallo tra teoria ed economia applicata. La prima riguarda l’economia finanziaria in senso lato, con analisi comparate del ruolo delle variabili finanziarie per lo sviluppo economico, dei sistemi finanziari basati sulla borsa e sulla banca, e più di recente del ruolo degli assetti proprietari delle imprese e del rapporto tra sistema finanziario e squilibri territoriali; fra i numerosi contributi, ricordiamo quelli di Fausto Vicarelli, Piero Alessandrini, Pierluigi Ciocca, Terenzio Cozzi, Giangiacomo Nardozzi, Fabrizio Barca, Fabio Panetta e altri. La seconda riguarda l’economia internazionale, nei suoi vari filoni che vanno dalla teoria pura (Giancarlo Gandolfo, Sergio Parrinello) al commercio e alla specializzazione internazionale (Fabrizio Onida e altri) e al sistema monetario e finanziario internazionale, fino alle analisi della globalizzazione (Salvatore Biasco, Marcello de Cecco, Pier Carlo Padoan e altri). La terza riguarda il rapporto tra istituzioni, politica economica e crescita: ad esempio, il rapporto tra indipendenza della banca centrale e inflazione, o gli effetti delle differenze tra il modello europeo e quello statunitense di politiche sociali; fra gli economisti attivi in questo campo, ricordiamo Alberto Alesina, Francesco Giavazzi e Guido Tabellini.
La quarta, tuttora in fase di espansione, utilizza le nuove tecniche di ricerca dell’economia sperimentale per studiare l’agente economico, in particolare gli aspetti cognitivi (Massimo Egidi, Mauro Gallegati e vari altri). La quinta, da sempre al centro delle ricerche di molti economisti, riguarda l’economia del lavoro: accanto a Ezio Tarantelli, assassinato dalle Brigate Rosse ancora giovane, ma quando già aveva fornito contributi importanti allo sviluppo di un progetto riformista di cogestione dell’economia, ricordiamo Carlo Dell’Aringa e Luigi Frey. La sesta riguarda il dibattito sul tema del Mezzogiorno, che assume forme diverse nel corso del tempo, dagli interventi di Manlio Rossi Doria, Augusto Graziani e Luigi Spaventa a quelli di Alfredo Del Monte, Adriano Giannola e altri. L’ultima, sottolineando il ruolo dei sentiment di solidarietà nell’agire umano, tenta di costruire su di essi una teoria del «terzo settore» (Stefano Zamagni e altri).
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*Crediamo che sarebbe possibile sostenere queste affermazioni con un’analisi, basata su indicatori quantitativi, della produzione scientifica dei maggiori paesi nel campo della ricerca economica; ma una tale indagine andrebbe ben al di là di quanto sia possibile fare in questa sede. Si segnala comunque il numero speciale di Kyklos (1995, vol. 48 n. 2, pp. 187-312), in cui si raffronta la ricerca economica europea in contrapposizione a quella statunitense.
**Einaudi finì comunque esule all’estero (Svizzera) negli anni dell’occupazione nazi-fascista del Nord Italia.
***Al dibattito sulla teoria economica in questo periodo partecipano in Italia anche filosofi e matematici come Benedetto Croce, Ugo Spirito, Bruno de Finetti, Vito Volterra (i primi forse in modo troppo astratto, i secondi con maggiore utilità).
****Giovanni Demaria si era opposto esplicitamente al corporativismo prima della caduta del fascismo: la sua relazione a un convegno pisano del 1942 portò alla chiusura temporanea del Giornale degli economisti.
*****Di Fenizio offre fra l’altro un contributo notevole all’apertura culturale dell’economia italiana con la rivista L’industria, in cui appaiono vari lavori importanti di autori italiani e stranieri. Vale la pena di ricordare quello di Verdoorn (1949), che ha stimolato una vasta letteratura internazionale, incluso Kaldor in Inghilterra. Contributi analoghi sono quelli di Luigi Ceriani, direttore dell’ufficio studi della Banca Nazionale del Lavoro, fondatore e direttore (dal 1947 al 1988) delle riviste Moneta e Credito e BNL Quarterly Review, e di Eraldo Fossati, con la rivista Metroeconomica, più tardi diretta da Manlio Resta e poi da Sergio Parrinello.
******Questa tentazione era già stata sperimentata da Maffeo Pantaleoni. «Non vi sono Scuole in economia, ovvero [...] non ve ne sono che due: la scuola di coloro che sanno l’economia e la scuola di coloro che non la sanno. Codeste due scuole sono, naturalmente, sempre in guerra tra loro». Così egli scriveva (Pantaleoni, 1924, pp. 149-50), sulla base di un positivismo che poteva essere considerato ingenuo già all’epoca, probabilmente in reazione ai sostenitori italiani della scuola storica tedesca. È interessante valutare queste affermazioni rileggendo il manuale di Pantaleoni (1889) alla luce del dibattito successivo, in particolare l’articolo di Sraffa del 1925 e le critiche alla teoria marginalista del valore e della distribuzione affermatesi in seguito alla pubblicazione del libro di Sraffa del 1960 (e tenendo presente il rispetto che Sraffa, 1924, mostrava per Pantaleoni stesso, «il principe degli economisti italiani», pur nel profondo dissenso con la sua impostazione teorica).
*******Di questo economista svizzero, operante nell’unica università di lingua italiana fuori dei confini nazionali (nel Canton Ticino), vale la pena ricordare le elaborazioni teoriche ed empiriche in tema di risparmio e crescita, in un modello di distribuzione del reddito e della ricchezza tipicamente macro-economico e contrapposto a quello di Modigliani fondato sul ciclo vitale (Baranzini 1991; 2005).
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