Economia: una scienza umana?

Nei paragrafi precedenti abbiamo sottolineato la natura tradizionalmente multiforme della ricerca economica in Italia, sia per quanto riguarda le concezioni, o «visioni del mondo», sia per la presenza di diverse linee di ricerca e campi di lavoro, dai più teorici ai più applicati. È anche emerso dalla nostra esposizione quanto, inevitabilmente, una situazione come quella prevalente in Italia porti alla luce aspetti controversi e conflittuali.

Nel precedente paragrafo, sulle prospettive della figura dell’economista, sono inoltre emersi diversi segnali di quanto forti siano attualmente le pressioni sulle nuove generazioni degli economisti italiani per un cambiamento di atteggiamento. Se ciò avvenga necessariamente nella direzione migliore è una questione tutta da verificare. E così, a chiusura del presente lavoro, la domanda che si impone finisce per riguardare il futuro: dove sta andando l’economia politica in Italia? o – molto più significativamente – dove vogliamo farla andare?

Da quanto abbiamo descritto, non può sfuggire che l’economia politica sembra stia diventando sempre più una scienza di calcolo, frazionata in iperspecialismi, poco o nulla propensa a dialogare con le altre scienze umane; talvolta, persino restia a definirsi tale. Ciò non è del tutto sorprendente. Come si è già accennato, da tempo gli economisti mostrano una forte attrazione per l’ordine, la precisione – e i successi – delle scienze naturali. C’è addirittura chi si chiede se non sia auspicabile un processo di fuoriuscita dell’economia politica dall’ambito delle scienze umane. Ma davvero sarebbe auspicabile spingere l’economia politica al ruolo di un ramo della matematica applicata? E all’uso di metodologie e criteri di valutazione propri delle scienze naturali? Riandando a un contributo presentato da uno degli estensori delle presenti note, alcuni anni or sono, ad un Convegno della European Science Foundation *, indetto proprio per discutere sul significato di progresso nelle varie scienze naturali e sociali, può essere utile richiamare almeno quattro caratteristiche che, differenziando l’economia politica dalle scienze naturali, la collocano inequivocabilmente tra le scienze umane.

Prima di tutto, l’oggetto di studio. A differenza della fisica o dell’astronomia o di molte altre scienze, l’oggetto degli studi economici cambia continuamente. Quando, più di due millenni or sono, Tolomeo osservava i pianeti e le stelle nel cielo, guardava esattamente lo stesso universo che noi oggi esploriamo con l’aiuto dei grandi telescopi, del telescopio spaziale Hubble e dei radiotelescopi. L’universo osservabile non è cambiato (o è cambiato in modo a noi quasi impercettibile). Possiamo semplicemente indagarlo in modo migliore; siamo in grado di penetrarlo maggiormente e più in profondità. Non è questo il caso dell’economia. Quando Adam Smith, soltanto poco più di due secoli fa, indagava la società britannica che stava emergendo dalla Rivoluzione Industriale, osservava qualcosa che era non in modo impercettibile ma profondamente diverso rispetto, diciamo, all’Eurolandia di oggi. In secondo luogo, la ricerca economica (ancora una volta a differenza della fisica) tenderà il più delle volte ad essere condotta con il proposito di influenzare gli eventi che sono oggetto di studio. L’economista non può semplicemente stare in disparte ad osservare, o spiegare in modo distaccato. Per esempio, quando cerchiamo di capire le cause della disoccupazione o dell’inflazione, lo facciamo ovviamente con l’obiettivo di escogitare mezzi per superare questi fenomeni indesiderati.

In terzo luogo, l’economia è per certi aspetti teoria positiva, ma per altri aspetti essa copre componenti esplicitamente normative. Tende ad indicarci, o a cercare di definire, come i fenomeni studiati dovrebbero essere, e quindi a spronare lo stesso agire umano. Per questo Keynes la definiva «con forza una scienza morale». Non così la fisica o l’astronomia, che possono interessarsi di galassie ed universi, senza poterne minimamente deviare le caratteristiche o traiettorie. Scienziati con opinioni e convincimenti anche molto lontani, o addirittura opposti, non troveranno difficoltà a concludere che «la mela di Newton», se rimessa al suo posto, ricade proprio con la stessa accelerazione di gravità.

[Sarebbe] come se dipendesse dai motivi della mela che cade dall’albero se valga la pena cadere sul terreno, e se il terreno desidera che la mela cada, e dall’errore di calcolo che da parte della mela si compie nel valutare quanto essa dista dal centro della terra (Keynes 1973 [1938], p. 300).

E aggiungeva:
Nella chimica e nella fisica come in altre scienze, l’obiettivo dell’esperimento è di trovare le misure effettive delle varie quantità e i fattori che appaiono in un’equazione o in una formula. Il lavoro, quando è stato svolto, viene svolto una volta per tutte.

In economia questo non accade, e il convertire un modello in una formula quantitativa significa distruggere la sua utilità come strumento di pensiero (ibidem).

Ecco perché Keynes pensava e voleva «enfatizzare con forza» il punto che «l’economia è una scienza morale». Essa deve affrontare temi riguardanti «l’introspezione e i valori. Si potrebbe aggiungere che tratta di motivi, aspettative, incertezze psicologiche. Ci si deve costantemente tenere in guardia nel trattare la materia come costante e omogenea nei termini in cui la materia lo è per altre scienze» (ibidem).

Le qualità necessarie per fare un buon economista sono dunque molteplici, scriveva sempre Keynes, e i «buoni economisti sono scarsi perché il dono nell’utilizzare la “vigilante osservazione” sui fatti per scegliere dei buoni modelli economici, sebbene sia qualità che non richieda un’elevata specializzazione tecnica, appare comunque una qualità intellettuale molto rara» (ibidem).

Si tratta di differenze per nulla marginali, che richiedono ulteriori riflessioni proprio sul terreno di come procede la ricerca scientifica. Se la materia indagata dall’economia è così diversa da quella indagata dalla fisica, è ragionevole pensare che i progressi in economia non possano avvenire con le stesse regole in uso nella fisica. Thomas Kuhn, il noto studioso di storia delle scienze fisiche, forgiò, in un famoso libro (Kuhn 1962), il termine di «paradigma scientifico». Egli osservava che le scienze naturali sono caratterizzate da fasi di ordinata e lenta accumulazione di conoscenze (le fasi di «scienza normale», come egli le definì), e da fasi (più rare) di grandi cambiamenti, di radicali rotture con il passato («le rivoluzioni scientifiche»). In entrambe le fasi vi sono miglioramenti, ma nel lungo periodo sono le rivoluzioni scientifiche, osservava Kuhn, che fanno progredire la scienza, perché è in questa fase che un vecchio paradigma scientifico viene scalzato e sostituito da un nuovo paradigma, di capacità esplicativa maggiore. Attraverso questa sorta di evoluzione darwiniana, da un paradigma all’altro, la scienza naturale sperimenta il progresso.

La domanda che ci si può porre è precisamente se l’economia politica si evolva allo stesso modo. Dal quadro presentato in questo nostro lavoro, sembrerebbe di no. Sembra cioè che in economia (e nelle scienze sociali in genere) esista una molteplicità di teorie e di approcci molto più variegata che nelle scienze naturali. I grandi paradigmi della teoria economica, più che rimpiazzarsi, sembrano coesistere nel tempo, anche se con diversa intensità con vicende alterne. Proprio perché la realtà di un sistema economico è il continuo movimento, non sorprende che più teorie cerchino di coglierne ed interpretarne, attraverso la ricerca, aspetti diversi, anche se tutti in qualche modo rilevanti. John Hicks, premio Nobel per l’economia nel 1971, osservava, scrivendo proprio sulle «rivoluzioni scientifiche» in economia (vedi Hicks 1976), come le teorie in questa disciplina possono essere altrettanto penetranti che nelle scienze naturali, ma enormemente più finalizzate. Per questo Hicks assimila le teorie economiche a dei «paraocchi». Permettono di focalizzare l’attenzione (e l’analisi) su un tema, lasciando in ombra il resto. Il punto cruciale, però, che va sottolineato, è che una realtà che cambia può trasformare un «paraocchi» illuminante in un «paraocchi» irrilevante. Questo ci porta a comprendere meglio perché in questa disciplina, come in molte altre scienz sociali, non si assista ad un progresso lineare, cumulativo e irreversibile. Prevale la varietà di vedute. Più che ad un susseguirsi di paradigmi, si assiste alla coesistenza di una pluralità di paradigmi, che procedono da «visioni del mondo» diverse. Così di fatto, almeno fino ad oggi, l’eterogeneità delle teorie economiche ha prevalso sull’egemonia di una singola teoria, in ciò venendo a costituire un elemento di ricchezza intellettuale dell’economia politica, e non già una limitazione delle sue prospettive. La giustificazione è intuitiva: se il mondo dell’economia cambia, non è fruttuoso osservare la realtà servendosi di un unico «paraocchi». Sembrerebbe meno rischioso, e in effetti molto più fecondo, tenere a disposizione più «paraocchi» alla bisogna.

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*Vedi Pasinetti (2002, pp. 132-35).