L’economia applicata in Italia

La varietà di punti di vista e di contributi della ricerca economica italiana risalta ancor di più quando si consideri che una parte importante del lavoro riguarda il campo (o meglio, i diversi campi) dell’economia applicata. In questo caso, accanto ai centri universitari occorre ricordare alcune istituzioni extra-universitarie, come il Servizio studi della Banca d’Italia sviluppatosi a partire dal 1960 per l’impulso di Guido Carli e Paolo Baffi; a Carli (assieme a Paolo Savona ed Enzo Grilli) si deve anche, verso la metà degli anni Settanta, lo sviluppo del Centro studi della Confindustria. Altri centri di dimensioni minori ma di elevata qualità si occupano di argomenti specifici: di congiuntura economica l’ISCO, fondato per impulso di Libero Lenti nel dopoguerra e sviluppatosi sotto la guida di Almerina Ipsevich, che ha educato molti giovani ricercatori (tra i quali Innocenzo Cipolletta) nella difficile arte di valutare luci e ombre dei dati statistici; di economia e politica economica del Mezzogiorno la SVIMEZ, voluta da Pasquale Saraceno, e la scuola di Portici fondata da Manlio Rossi Doria; ricordiamo ancora l’ISPE, voluto a metà degli anni Sessanta da Antonio Giolitti e Giorgio Ruffolo a supporto dell’attività di programmazione economica dei nuovi governi di centro-sinistra, oggi fuso con l’ISCO nell’ISAE all’interno del Ministero dell’Economia, nonostante il timore di riflessi negativi per le ricerche congiunturali che richiedono indipendenza dalle autorità di politica economica. Tra i centri studi di supporto all’attività politica hanno avuto un ruolo non insignificante nel dibattito economico italiano il CESPE del PCI e l’IRES della CGIL, l’AREL di Beniamino Andreatta (seguito da Prometeia e da Nomisma – fondata da Romano Prodi – a Bologna, con una più tradizionale impostazione di centri studi economici su commessa, analoga all’impostazione dell’IRS di Milano e dell’IRES di Torino); a Roma negli anni Sessanta-Settanta il Centro studi e piani economici contribuisce, con Vera Cao Pinna, allo sviluppo dell’analisi input-output, mentre il CENSIS di Giuseppe De Rita copre tuttora un terreno a cavallo tra l’economia e la sociologia.
Nelle università, l’esempio più notevole di centro organizzato di ricerche di economia applicata è quello del gruppo fondato da Giorgio Fuà ad Ancona *: di ispirazione keynesiana e myrdaliana, ha sviluppato un ampio fronte di ricerche, da quelle sulla misurazione dello sviluppo economico (e sui limiti della crescita quantitativa) a quelle sull’imprenditorialità (con la fondazione di un’istituzione per lo sviluppo della cultura d’impresa, l’ISTAO), dai lavori sull’interpretazione dello sviluppo economico italiano di lungo periodo, sulle aree a industrializzazione diffusa e sul ruolo in esse delle imprese medie e piccole (il «modello dell’industrializzazione senza fratture») alla costruzione di un modello econometrico dell’economia italiana, da Fuà stesso scherzosamente battezzato «il modellaccio», inteso come modello previsivo di medio termine per la valutazione delle strategie di politica economica. Gli altri principali modellieconometrici dell’economia italiana sono quello di Paolo Sylos Labini, noto come MoSyl, che lui stessoconsiderava «artigianale», costruito a metà degli anni Sessanta presso la Facoltà di Scienze statistiche romana, e diretto a integrare teoria ed economia applicata, mostrando in particolare il ruolo delle diverse forme di mercato nell’agricoltura, nell’industria e nei servizi (ancor oggi utilizzato in forma modificata presso la SVIMEZ per l’analisi del dualismo economico); quello della Banca d’Italia, costruito sotto la guida di Franco Modigliani in collaborazione con Albert Ando a fini di politica economica e caratterizzato da sincretismo sul piano teorico; quello costruito a Bologna per impulso di Beniamino Andreatta nell’ambito del «progetto link» di Lawrence Klein, ideato come rete mondiale di modelli nazionali.
Un altro centro con una lunga tradizione di ricerche di economia applicata è Torino, con il laboratorio universitario Cognetti De Martiis; fra le ricerche per cui questo centro costituisce un punto di riferimento ricordiamo quelle di Contini sul mercato del lavoro, che utilizza microdati ricavati dalle banche dati previdenziali **.
A partire dagli anni Settanta, per impulso di Giacomo Becattini e Sebastiano Brusco, si è sviluppata una linea di ricerca sui distretti industriali. Fondata da Becattini sulla nozione marshalliana di economie di scala esterne allasingola impresa ma interne all’industria, e quindi anche in questo caso con una importante interazione tra analisi teorica e analisi applicata, la nozione di distretto industriale ha portato a una reinterpretazione dello sviluppo economico italiano e a proposte di politica economica, prima su scala regionale (l’IRPET in Toscana) e successivamente su scala nazionale. Dalla Svezia all’Argentina, l’idea dei distretti industriali ha incontrato un ampio successo internazionale sia come linea di ricerca (anche in collegamento con la distinzione tra fordismo e industrializzazione flessibile) sia come linea di politica economica. Nel campo dell’economia applicata, come già in quello delle ricerche teoriche discusso nel paragrafo precedente, le tante inevitabili omissioni non sono necessariamente meno importanti degli esempi richiamati, e certo non sarebbero giustificabili in un tentativo di rassegna che pretendesse di essere completa. Tuttavia, come si è già accennato, il nostro obiettivo in questa occasione è soprattutto quello di sottolineare la varietà, oltre che l’importanza e la fecondità, delle linee di ricerca seguite dagli economisti italiani.

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*Ricordiamo alcuni nomi: Piero Alessandrini, Valeriano Balloni, Giuliano Conti, Marco Crivellini, Alberto Niccoli, Paolo Pettenati, Giacomo Vaciago.
**Sempre a Torino ha caratteristiche diverse la Fondazione Einaudi, importante centro di ricerche attualmente diretto da Terenzio Cozzi, attivo soprattutto nel campo della storia economica e della storia del pensiero economico, grazie anche alla sua ricca biblioteca.