Alcuni quesiti

Prima di chiudere questa relazione, pensiamo valga la pena di passare in rassegna (in modo non esaustivo e nemmeno comprensivo, ma almeno esplicito) alcuni di tali interrogativi.
Primo quesito: perché sta avvenendo questo processo di omologazione? E inoltre: è inevitabile?
Nelle scienze un fenomeno di globalizzazione è in atto da secoli. Non è sorprendente quindi che gli scienziati, anche quelli sociali, operino in comunità che travalicano i confini nazionali. Ci sarebbe da sorprendersi dell’opposto. Non sorprende nemmeno che esistano paesi i quali, a livello internazionale, si posizionino all’avanguardia rispetto ad altri, e che quindi fungano, in una particolare scienza, da modello, al punto da indurre a venire imitati quasi acriticamente. Per l’economia (politica) ciò è oggi certamente il caso, soprattutto con riferimento agli Stati Uniti. Qui vengono mandati molti dei nostri migliori studenti e in quell’ambiente si formano molti (la maggioranza) dei futuri docenti delle nostre università. Quando uno studente ha impiegato risorse finanziarie ed intellettuali, negli anni più produttivi della sua vita, per ottenere un diploma di Ph.D., è difficile che poi rinneghi quanto ha imparato.
Il risultato è che il modello concettuale americano di insegnamento sta diventando progressivamente il modello in uso anche per la ricerca economica in Italia. L’omologazione, con queste premesse, diventa di fatto quasi inevitabile. Naturalmente, non si può mai escludere la possibile comparsa di qualche economista geniale che a un certo momento inneschi una vera «rivoluzione scientifica». Purtroppo nella presente situazione, in cui gli stimoli all’eterodossia sono stati ridotti quasi a zero, tale possibilità rischia di essere relegata al campo dei fenomeni molto rari.
Secondo quesito: quali sono le opportunità e i rischi di questa tendenza in atto?
Nell’imitare qualcuno c’è sempre una doppia faccia della medaglia. Da un lato si impara qualcosa, dall’altro lato si abbandona qualcos’altro. L’aspetto positivo del processo di omologazione ad un paese ritenuto leader è che ciò mette in grado di dialogare con un linguaggio e con teorie di vasto riferimento. Si ha l’impressione di non essere esclusi dalle ricerche che contano. La comunità scientifica nazionale può sentirsi meglio integrata nel club della comunità scientifica ritenuta (per una ragione o per l’altra) all’avanguardia. I rischi tuttavia sono molti, e sono pesanti. Per chi pensa che in economia i paradigmi non debbano essere necessariamente selezionati in una successione irreversibile, questa omologazione al modello in uso negli Stati Uniti d’America comporta il rischio della perdita di molte, se non di tutte, le specificità che avevano caratterizzato nei decenni passati la ricerca economica in Italia e in Europa, e di molta della varietà di approccio che è sempre stata presente, da noi molto più che da loro.
Terzo quesito: potremo ancora parlare di economia politica come scienza sociale? e quali conseguenze comporta questo, specialmente per l’Italia?
Diventerà più difficile. Anzi, per certi versi potrebbe non solo apparire fuori luogo, ma persino anacronistico lo stesso termine di «economia politica». Si tenderà sempre più a parlare di «economics», una disciplina in cuile specificità storiche, geografiche ed istituzionali sono destinate ad averesempre meno spazio. Nel clima che oggi si respira, sembra diventare sempre meno probabile l’emergere di persone di ampia cultura, come un Genovesi, un Verri, un Cattaneo (che sono tra i fondatori dell’economia politica in occidente).
La sensibilità di un Keynes, nel giudicare la realtà, e la sua raccomandata «vigilante osservazione» per tener conto dei cambiamenti in atto rischiano di non apparire più come le qualità ideali richieste ad un economista.
La dominanza di un pensiero unico sembra ridurre, e al limite tendere ad eliminare (o, peggio ancora, a voler eliminare), la varietà di approcci che ha caratterizzato, e ancor oggi caratterizza, lo studio dell’economia politica in Italia.
Vale la pena di riflettere. Questi esiti potrebbero diventare inevitabili.
Quarto quesito: la tendenza verso cui sembriamo avviati è auspicabile per la qualità della ricerca e della didattica, oppure no?
Le considerazioni delle pagine precedenti – dove si è caldeggiata una concezione dell’economia politica come scienza umana, in cui la storia, le istituzioni, l’etica, la geografia, in aggiunta naturalmente all’analisi economica in senso stretto, giocano un ruolo rilevante nel determinare la formazione di un buon economista – portano ad una risposta decisamente negativa a questo riguardo. Il giudizio dato in favore della varietà degli approcci e delle teorie – considerata come una ricchezza intellettuale perché nel lungo periodo permette di mantenere elevato il tasso di creatività – rimane invariato, nonostante tutto. Ciò non trascura nemmeno il rischio di incontrare nelle scienze morali dei free-rider: gli opportunisti che, con la scusa di seguire un proprio approccio di ricerca, vivono comodamente nella culla del proprio ozio. Ma i comportamenti opportunistici vanno sapientemente snidati; non si possono combattere con un semplice richiamo ad una griglia valutativa unica. È il classico caso in cui si finirebbe per «gettare via il bambino» (cioè il frutto della ricerca) «con l’acqua sporca» (ossia chi non vuol fare ricerca alcuna).
Ma è proprio qui che si manifestano i dissensi più profondi. È certamente molto più facile e sbrigativo procedere all’ombra di un paradigma unico dominante, e far cadere la mannaia su tutto quanto non è mainstream.
Ciò che uno degli estensori delle presenti note, impegnato nella commissione CIVR già menzionata, ha trovato quasi incredibile è la diffusione che ha assunto – e ancor più preoccupantemente continua ad assumere – anche in Italia l’adozione di uno strumento per la valutazione della ricerca (un indice quantitativo) tanto rozzo e inappropriato, come è il famoso (o famigerato), ma diffuso, Impact Factor. Eppure i suoi limiti sono noti e sono stati ammessi dai suoi stessi inventori *.
Come è risaputo, l’Impact Factor (IF) è un indice quantitativo riguardante le citazioni avvenute negli ultimi tre anni in una lista di riviste, in stragrande maggioranza americane, e quindi scritte in inglese, che sono state scelte dall’ISI, Institute of Scientific Information, istituzione che, nonostante il pomposo titolo, è un’impresa commerciale e, come tale, ha il fine di produrre profitti per i suoi azionisti. L’IF non è stato inventato per la valutazione della ricerca (come gli stessi suoi inventori hanno dichiarato), ma ciò nonostante si è largamente diffuso, negli Stati Uniti e ora anche da noi, appunto come indice quantitativo automatico
per una valutazione qualitativa degli articoli pubblicati nella rivista a cui si riferisce. In ogni specifica circostanza, l’articolo che si prende in considerazione potrebbe non essere mai stato citato da nessuno. Il riferirsi alla rivista dove l’articolo è pubblicato, anziché all’articolo e al suo autore, dovrebbe essere considerato una stortura così madornale da far rabbrividire – un tipico effetto del metodo commerciale, in cui tutta l’attenzione è concentrata sull’attrattiva dell’involucro (la rivista che pubblica), anziché sul contenuto (l’articolo pubblicato). Di conseguenza, articoli che potrebbero richiedere più di tre anni per diventare rilevanti vengono ignorati, articoli non scritti nella lingua canonica (l’inglese) non contano nulla, articoli pubblicati nelle riviste che non sono nella lista dell’ISI, o pubblicati negli Atti delle Accademie (quasi necessariamente non coperte da quella lista fatidica) contano ancor meno, per non parlare dei libri, delle collezioni di saggi e articoli, dei risultati dei congressi e così via.
Uno strumento di questo tipo, quando viene usato quale indice principale (o addirittura unico), come spesso avviene, per la valutazione della ricerca è destinato ad avere nel lungo periodo effetti che a noi sembrano devastanti. Si pensi solo alla caccia alla pubblicazione nelle riviste privilegiate dall’ISI, che, come si poteva prevedere, cominciano a far pagare all’autore (cioè in effetti ai suoi fondi per la ricerca) la mera presentazione del suo articolo; alla formazione di gruppi per le citazioni inutili e incrociate; alla moltiplicazione del numero degli autori di ciascun articolo, a tanti altri espedienti perversi facilmente prevedibili.
In questo contesto, il privilegio di cui vengono a godere i filoni di ricerca della teoria dominante sono indubbi e immediatamente evidenti.
Filoni di ricerca fuori dalla teoria dominante, come attualmente sono diventati, per esempio, quelli di tradizione keynesiana, che hanno avuto in passato notevole successo anche in Italia, risultano impietosamente spinti al margine. La stessa tradizione universitaria italiana, che per l’economia vorrebbe una forte integrazione tra teoria economica ed economia aziendale, rischia di venirne contrastata, con il risultato di avviare l’economia politica a diventare sempre più uno studio di nicchia, con gli studenti attratti in massa dallo studio delle materie economiche e finanziarie più concrete, che sembrano promettere impieghi più redditizi: quelle per intenderci insegnate nelle Business Schools.

Quinto quesito: se dunque questa eventuale omologazione è per molti versi poco auspicabile, ma nello stesso tempo quasi inevitabile, si può ancora sperare di migliorare la ricerca economica in Italia, mantenendo le nostre specificità, oppure no?
È inutile illudersi. L’indipendenza anche in campo scientifico costa. La tentazione di rinunciare alle proprie idee e adottare un modello ritenuto vincente è forte. Vivere all’ombra del paradigma economico dominante non solo riduce il rischio di perdersi, ma dà la sensazione (o l’ingannevole convinzione) di essere in un filone di ricerca alla frontiera della scienza. Quando ci si inserisce in questo quadro, ogni idea critica, ogni tentativo di modificare il paradigma dominante alla radice, anziché un contributo alla ricerca del nuovo, viene percepito come un atto di disturbo, un’azione scientificamente improduttiva e da contrastare – al limite da eliminare. Nel contesto in cui ci troviamo, distruggere la varietà del pensiero economico non sembra in effetti molto difficile; basta spingere ciò che non è ortodosso in spazi sempre più ristretti e isolati: un’operazione che è diventata molto più facile oggi che in passato. La stessa commercializzazione, in atto, della pubblicazione delle riviste scientifiche contribuisce a spingere in questa direzione. L’aspetto più preoccupante sarebbe accorgersi che questa distruzione di ricchezza intellettuale ricevesse, oltre che il plauso della moda, anche il battesimo delle istituzioni.
Eppure tutto ciò non sembra molto ragionevole. Non c’è l’elementare buon senso a suggerirci da secoli che è sempre pericoloso mettere tutte le uova in un unico paniere?
C’è da riflettere: è ancor più pericoloso affidare il futuro dell’economia politica ad un unico paradigma.

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*Si vedano in proposito le attente considerazioni di Figà Talamanca (1999 e 2006).