Sull’importanza dell’educazione finanziaria

Perché ci occupiamo di educazione finanziaria? Perché il consorzio Pattichiari si preoccupa di promuovere l’educazione finanziaria nelle scuole italiane? E perché l’educazione finanziaria e, più in generale, la cultura economica, sono prepotentemente entrate nelle agende di governi e parlamenti in tutti i paesi avanzati?

Gli economisti
Uno studio americano
I programmi di educazione finanziaria

La risposta a queste domande è così ovvia e scontata che sembra addirittura superfluo ricordarla in questa sede. In estrema sintesi, la risposta è la seguente. Negli ultimi anni, i mercati finanziari sono diventati più complessi e sofisticati e si sono ampliati sia i canali di impiego del proprio risparmio sia i canali attraverso i quali è possibile reperire danaro a debito. Di conseguenza, è cresciuto il rischio di effettuare investimenti inappropriati nonché il rischio di vincolarsi in indebitamenti eccessivi. In questo contesto di maggiore rischio, solo una cultura economica e finanziaria adeguata può mettere al riparo individui e famiglie  dal commettere errori ed imprudenze.

La forza di questo argomento è il buon senso. E’ possibile non essere d’accordo con chi ritiene che un po’ di economia e di finanza non possono che essere di aiuto per evitare scelte e decisioni sbagliate? Ebbene, il buon senso è sufficiente per un comune mortale ma non per un economista.

Gli economisti sono persone precise (forse troppo) e non si accontentano del solo buon senso. Per gli economisti, insomma, il legame tra la cultura economica dei singoli e la correttezza delle loro decisioni finanziarie deve essere documentata, non basta assumere che questo legame sia vero solo perché appare ragionevole.

Gli studi che si propongono di documentare le connessioni tra cultura economico-finanziaria e decisioni finanziarie sono in crescita, soprattutto in risposta alla necessità di spiegare le ragioni dell’eccessivo indebitamento di famiglie ed imprese che ha causato la crisi finanziaria del 2008. Descrivere nei dettagli questo ampio fronte di ricerca ci porterebbe troppo lontano.

Vale la pena, però, riassumere i risultati di uno studio piuttosto rappresentativo che è stato condotto sulla base di un questionario-intervista somministrato ad un campione di famiglie olandesi[1]. Sulla base del questionario-intervista, gli autori dello studio hanno innanzitutto ricavato una misura delle conoscenze finanziarie degli intervistati. La misura è stata ricavata sottoponendo gli intervistati ad una serie di domande di diversa difficoltà. Le domande più semplici richiedevano solamente la definizione di nozioni di base come, ad esempio, la nozione di inflazione o di tasso di interesse . Le domande più complicate, invece, miravano a livelli di conoscenza più avanzati richiedendo, ad esempio, la capacità di spiegare il principio per cui è opportuno che gli investimenti siano diversificati piuttosto che concentrati su un numero ristretto di impieghi. Il risultato principale di questo studio è il seguente: gli individui che, sulla base delle risposte date, posseggono conoscenze economiche e finanziarie superiori alla media, da un lato possono vantare un patrimonio finanziario ed immobiliare più consistente e, dall’altro, sono anche più propensi ad effettuare investimenti sofisticati come l’acquisto di azioni e a sottoscrivere contratti previdenziali  finalizzati ad ottenere una pensione integrativa alla fine della loro vita lavorativa.

L’evidenza prodotta dallo studio appena descritto nonché quella prodotta da molti altri studi dello stesso tipo sono sostanzialmente in linea con quanto ci saremmo aspettati sulla base del famoso buon senso. Pertanto, il legame tra cultura economica e scelte finanziarie proficue ed avvedute non è solo ragionevole ma è anche ben documentato.

Ma gli economisti, come si è detto di sopra, sono persone precise, difficili da accontentare e, aggiungeremmo adesso, scettici per natura. Per costoro, infatti, non basta documentare il nesso tra cultura economica e buone decisioni finanziarie per dimostrare che tali decisioni sono una conseguenza della cultura. Usando parole a loro care, potremmo sintetizzare l’argometo affermando che, se due cose sono correlate, non è detto che l’una sia causa dell’altra. La correlazione, infatti, potrebbe essere il frutto di qualche altro meccanismo che, fino a questo punto, abbiamo completamente ignorato.

Ma quale potrebbe essere questo meccanismo ignorato? Facendo riferimento ai risultati dello studio citato in precedenza, la risposta più ragionevole è la seguente. Non sono le conoscenze superiori alla media a rendere le persone capaci di prendere buone decisioni finanziarie ma sia le conoscenze sia le decisioni sono il frutto di caratteristiche psicologiche e caratteriali che rendono gli individui uno diverso dall’altro. Gli individui, in particolare, sono diversi uno dall’altro per quanto concerne la propensione a pianificare il proprio futuro economico. E’ pertanto possibile immaginare che siano gli individui più previdenti ed avveduti che, rispetto agli altri, da un lato compiono scelte più oculate e, dall’altro, si adoperano di più per accrescere il loro bagaglio di nozioni economiche e finanziarie. Insomma, non è la cultura che produce le buone decisioni ma, sia le buone decisioni che la cultura sono il frutto dell’avvedutezza innata degli individui.

Ma perché dobbiamo occuparci di queste questioni, arcane e apparentemente inutili? Dobbiamo occuparcene per il semplice fatto che da esse dipende sia il modo in cui va fatta l’educazione finanziaria sia, più seriamente, l’opportunità stessa di fare educazione finanziaria. Se non è la cultura economica a generare le buone decisioni ma cultura e decisioni sono correlate perché entrambe generate dalla propensione soggettiva a pianificare allora gli argomenti a favore dell’educazione finanziaria si restringono di molto. Piuttosto che insegnare agli individui la differenza tra un tasso variabile ed un tasso fisso oppure tra un’azione ed un’obbligazione dovremmo piuttosto insegnar loro semplicemente ad essere previdenti. Una volta diventati più accorti e previdenti, gli individui potranno acquisire da soli le conoscenze di cui hanno bisogno per i loro investimenti ed i loro progetti.

Ma è possibile insegnare a qualcuno ad essere accorto e previdente con un programma di educazione finanziaria ? Non sono forse queste cose il frutto dell’influenza di lungo periodo esercitata dall’ambiente familiare e sociale in cui l’individuo si è sviluppato? Come è possibile cambiare la testa di una persona – perché è di questo che si sta parlando – con un semplice programma di educazione finanziaria?

Cerchiamo a questo punto di riassumere le questioni sul tappeto a beneficio del lettore che potrebbe essersi un po’ perso. Siamo partiti con una affermazione di buon senso sul ruolo determinante della cultura economica nel prendere decisioni finanziarie corrette. Poi abbiamo descritto uno studio che documentava la connessione tra cultura e buone decisioni e, apparentemente, confermava il buon senso. Infine, abbiamo insinuato un forte dubbio sulla interpretazione dei risultati dello studio. La connessione tra cultura e buone decisioni è frutto di una relazione causa-effetto per cui vale la pena investire per creare cultura? Oppure, invece, cultura e buone decisioni sono entrambe il portato di caratteristiche individuali su cui poco o niente si può fare?

E’ evidente che i programmi di educazione finanziaria vanno sostenuti o meno a seconda di come si risponde a queste domande. E per rispondere a queste domande la via maestra è sempre quella di osservare i fatti ed interrogare i dati.

I programmi di educazione finanziaria sono partiti nei licei americani a metà degli anni ‘70. Ciò che è importante per i nostri scopi è che questi programmi non sono partiti in modo uniforme in tutti gli stati. A metà degli anni ’70, infatti, questi programmi erano stati resi obbligatori in alcuni stati ma non erano affatto partiti in altri. Dal punto di vista di un economista, questa applicazione non uniforme sul territorio costituisce un laboratorio ideale per capire se effettivamente l’esposizione, da giovani, ai concetti dell’economia e della finanza migliora o meno la qualità delle decisioni finanziarie da adulti. Tutto quello che occorre fare è confrontare a qualche lustro di distanza i comportamenti di coloro che, in relazione allo stato di residenza, sono stati obbligatoriamente esposti agli insegnamenti e coloro che, invece, non ne hanno avuto la possibilità. Si tratta di un laboratorio ideale perché, se mai dovessimo osservare delle differenze nelle decisioni finanziarie tra i due gruppi, non sarebbe affatto ragionevole ricondurle a differenze nella propensione individuale a pianificare. E’ impossibile che i cittadini degli stati che hanno adottato i programmi  siano, per loro natura, dei buoni pianificatori mentre quelli degli altri stati siano imprudenti ed imprevidenti.

Ebbene, qual è l’evidenza che emerge dal laboratorio americano? Uno studio molto accurato condotto alla fine degli anni ’90 documenta in modo netto che l’esposizione ai programmi liceali di educazione finanziaria migliora inequivocabilmente la performance finanziaria degli adulti[2]. L’evidenza di maggior rilievo concerne la propensione al risparmio. A parità di altre condizioni, l’essere stato esposto ad un programma liceale di educazione finanziaria fa aumentare il tasso di risparmio e la ricchezza finanziaria netta degli individui. Gli autori dello studio, pertanto, concludono affermando che .education may be a powerful tool for stimulation personal savings (cit. pag. 462)[3].

E queste parole ci riportano direttamente all’inizio laddove ci si interrogava sull’utilità dell’educazione finanziaria. La conclusione che abbiamo raggiunto percorrendo le vie tortuose della scienza economica è che l’educazione finanziaria è utile e proficua. E non è utile solo perché ce lo suggerisce il buon senso ma anche perché la sua utilità è stata documentata da alcuni puntigliosi economisti.

 

[1] Alessie R., Lusardi A. e Van Rooij M., Financial Literacy, Retirement Planning, and Household Wealth, 2008, mimeo Darthmouth College.
[2] Bernheim B.D., Garret D.M. e Maki D.M, Education and Saving: The Long-term Effects of High Schools Financial Curriculum Mandates, Journal of Public Economics, vol. 80 (2001).
[3] L’educazione (finanziaria) può essere uno strumento potente per stimolare i risparmi individuali.